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Domenico Cassano

Dott. Domenico Cassano

Neuro-Psichiatra, con particolare interesse nel campo delle cefalee
Tra le sue passioni: collezionismo, pittura, musica - soprattutto lirica - e cucina

Sito personale: http://www.domenicocassano.it/
Sito sulle cefalee: http://www.cefaleecampania.it/
Blog: http://www.cefaleecampania.it/flatpress/

Le ferite dell'anima

La storia è ricca di personaggi che hanno scelto la strada della creatività artistica per “elaborare” il proprio dolore, rappresentando visivamente una sofferenza altrimenti incomunicabile. Basti, tra tutti, citare l’esempio della pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954) che sublima nella sua arte surrealista le sofferenze di una intera esistenza votata al dolore: una malattia, quale la spina bifida, che l’accompagnerà sin dalla nascita, la poliomielite contratta all’età di 6 anni e - come se ciò non bastasse - un grave incidente automobilistico di cui rimane vittima a 18 anni, che la costringerà ad una immobilità forzata e a subire ben 32 interventi chirurgici, compresa l’amputazione di una gamba.

Attraverso la creazione artistica è possibile “rappresentare” l'aspetto puramente fisico della sofferenza (Cluster Headache di Kuorosh), o anche quello più squisitamente psichico (Sad di Stefan), legato al vissuto emotivo di chi deve convivere con un dolore devastante, talora cronico, quale quello dei soggetti affetti da cefalea a grappolo. L’arte si pone in tal modo come autentica “scienza dello spirito” che consente di “riprodurre” il proprio vissuto (erlebnis) sì da “riviverlo” in una dimensione nuova: di “simpatia”, citando il grande pensatore tedesco Wilhelm Dilthey; vale a dire riconciliandosi col proprio destino, mettendo altresì in atto un processo di “ricostruzione” del Sè, che ricompone i suoi cocci e rinasce a miglior vita, dischiudendosi magicamente ad un nuovo rapporto col mondo. In quanto mediatrice tra vissuto e pensiero verbale, l’arte, alfine, si pone come ottimale strumento dialogico che fornisce oltremodo strumenti semplificati per accedere alla comprensione di un universo altrimenti inesplorabile.

Le opere in mostra sono composte sia da pazienti affetti da cefalea a grappolo sia da artisti che, non colpiti da tale patologia, a modo proprio la “interpretano”. Superfluo il volerle singolarmente discernere: i linguaggi si sovrappongono, fino a fondersi in un unicum che rende indistinguibile l’artista dal malato. Ogni opera d’arte, nel superamento del proprio valore estetico, assurge a funzione di simbolo dell’umano soffrire.

Tutti gli Autori, indistintamente, scelgono come strumento comunicativo preferenziale la strada di un figurativismo per molti versi “fantastico”, a voler rendere intenzionalmente leggibile e tangibile il dolore dell’anima. Innanzi ai nostri occhi scorrono le immagini di un mondo onirico, sospeso, remoto ma nel contempo vivo, popolato da figure grottesche ed irreali che intervengono brutalmente a trasformare la propria esistenza in un mostruoso incubo. A bad day for a picnic di Russel, The torture, So tired di Johan ed anche le opere di Jimi, Brian e Kuorosh: tutte fiction perfettamente credibili, giammai volgari.

Talora le scene sono nude e crude, vuote, ridotte nella loro essenzialità a grevi sepolcri, avvolti in un’aura plumbea come la materia pittorica che, claustrofobicamente, le costruisce: Sins e Stuck di Brian e l’opera di Brady.

In questo scenario opaco, le figure perdono in plasticità, fino a decomporsi: in Sfortuna, il volto si trasfigura in una maschera informe, le mani ridotte a brandelli, scolpite da una luce algida che incide cruda come il destino: dal buio più profondo un grido disperato squarcia il silenzio e, vivo come il sangue, raggiunge l’attonito spettatore.

Talaltra i fantasmi della mente si ricompongono per esprimere inquietudine, impenetrabilità, impotenza attraverso la fisicità di un corpo ridotto alla stregua di un sacco pendente (Too tired to live di Katie), di un manichino impalato, (Stuck di Brian) o di un povero cristo inchiodato in croce (Sins di Brian).

Tanti diversi modi per dire che le ferite dell’anima sono come quelle del corpo, per sperimentare non solo i benefìci terapeutici dell’arte ma soprattutto per fornire una lezione di vita ad una umanità in ascolto: giammai dalle opere si raccolgono vissuti di rassegnazione, passività, autocompiacimento; semmai l’ardua consapevolezza che dalla sofferenza la creatività trae la forza per non spegnersi, per non arrendersi.

Mimmo Cassano

"Canzone per Claudio”
©Giuseppe Capobianco

My Cluster Headache
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